Oh biblioteca! sepolta stiva, in oceano di sabbie arenata. Tu ti ergevi nobile e muta, stupefacente serbatoio; e tutto il dicibile e il vociare antico nella silenziosa tua argilla custodivi. Oh tu, sepolta biblioteca: di Ur, di Ebla, di Nippur... E tu, che fosti di Assurbanipal.

 

Sì. Nella biblioteca reale di Assurbanipal II (668-627 a.C.), lì fu rinvenuto il più antico racconto tra tutti. Il grande poema epico mesopotamico, noto oggi come Epopea di Gilgameš(1).

Vi è un eroe, Gilgameš. Egli è il sole in terra, la regalità. Il quale ha però un’ombra, un gemello a lui opposto e complementare, l’uomo selvaggio Enkidu. Creato per contrapporsi a lui, per dare a Gilgameš qualcuno che fosse alla sua altezza. Essi si scontrarono. Poi si amarono; divennero amici, fratelli inseparabili. Insieme compirono grandi, impensabili imprese. Sconfissero il temibile Humbaba, creatura mostruosa posta a custodia della Foresta di Cedri (dal volto come di intestini attorti in dedalo di spire: Minotauro in suo Labirinto). Insieme fermarono e catturarono il Toro Celeste, mandato dalla dea Ištar a provocare una devastante siccità e conseguente carestia. Ma Enkidu, quando Humbaba chiese salva la vita, non ebbe pietà: lo volle finire; e durante il sacrificio del Toro Celeste si prese beffe di Ištar, gettandole in faccia la coscia del Toro (memorabile scena). Pertanto gli dèi decisero che Enkidu sarebbe dovuto morire! Ed egli lo apprende in sogno; tremendo.

E qui comincia il tema della caducità, che dominerà il resto del poema. Sapendo di stare morendo, nella disperazione, sconvolto e furente, il forte e nobile Enkidu si rivolge così a una porta del palazzo:

 

«Oh porta di montagna, inerte, insensibile, senza vita o intelligenza! Per venti leghe cercai il tuo legno, finché non trovai uno splendido cedro. Nessun legno può eguagliarti. La tua altezza è di sei spanne, la tua larghezza di due spanne; la tua soglia, il tuo cardine superiore e il tuo stipite inferiore sono fatti in un sol pezzo; io ti ho fatta, io ti ho portata a Nippur. Ricorda, oh porta, io stesso ho sollevato l’ascia, ti ho intagliata; il cindolo ho trascinato fino al tempio di Šamaš; nel tempio di Šamaš ti ho innalzata. Io stesso ti ho posta come porta di Šamaš, ti ho lavorata e fatta degna degli dèi.»

«Ora, porta, sono stato io che ti ho fatta, sono stato io che ti ho portata a Nippur. Eppure il re che verrà dopo di me passerà attraverso di te, passerà attraverso i tuoi battenti, cancellerà il mio nome e vi apporrà il suo!»

 

Questo lo sconvolge: esser meno duraturo del prodotto delle sue mani, più effimero perfino di una semplice porta. E oltre quattro millenni più tardi, ancora si interroga il poeta:

 

In questo letto, ove fra l’ombre assonno perché rechi a’ miei sensi alcun ristoro, altri ancora chiuderà le luci al sonno.

Quindi rodemi il cor più d’un martoro, solo in pensar che qui durar ben ponno cose che non han vita, ed io mi mòro!

 

Così Federigo Meninni (1636-1712). E pare non sia passato un giorno. Ché, se le vie religiosa, mistica, filosofica e esoterica avevan dato nel frattempo risposte innumerevoli, il sentimento pare immutato. La domanda permane identica, per quante risposte le si possan trovare. Tanto Enkidu quanto Meninni guardano il mondo come fossero già morti, e quel che vedono li atterrisce: a chi non è più, la vista delle cose che permangono è insopportabile.

 

Certo è strano non abitare più la terra, non agire più gli usi da così poco appresi, e alle rose, e alle altre cose piene di promesse non dare più il senso di un umano futuro; ciò che eravamo in mani illimitatamente ansiose non essere più, e anche il proprio nome abbandonare come un giocattolo infranto. Strano non desiderare più i desideri. Strano quel che stretto si teneva vederlo dissolto fluttuare nello spazio. È penoso essere morti: un continuo ricercare, faticosamente in traccia di un poco di eternità. [...]

 

È Rainer Maria Rilke, nella prima delle sue Elegie duinesi (vv. 69-80) (2). L’unico ad aver trovato infine, si vedrà, una via d’uscita interna al problema della morte, e non per mezzo di una sponda esterna, fatalmente astratta (filosofica) o fideistica (religione, misticismo, esoterismo)(3). Pochi lo sanno. Non è consolatoria, infatti, sua risposta; né tuttavia tragica o pessimistica. Nemmeno appare una risposta, abituati come siamo a imporre le soluzioni dall’esterno, con tracotante volontà e superba prepotenza. Quasi fossero un nemico, le domande, da distruggere; e non invece condizione necessaria di risposte, preziosa necessità a nostra estensione di coscienza. Per questo è passata inosservata. E anche laddove osservata, tal risposta pare coperta da segreto, quasi in spontanea riservatezza di iniziato.

Sveleremo noi il segreto? Anche volendo non potremmo. La risposta rilkiana al problema della caducità è udibile solo attraverso sua diretta esperienza. Esperienza – ahimè – di un’opera d’arte; tre le più difficili e ineffabili. Non possiamo che tentare additarla.

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Ma Gilgameš, l’eroe? Come reagì, Gilgameš, alla morte di suo fratello Enkidu?

Diceva Rilke che «È penoso essere morti: / un continuo ricercare, faticosamente in traccia / di un poco di eternità». Ebbene, come già fosse tra i morti, giocando d’anticipo, Gilgameš in questa ricerca di eternità si getta ancor prima sia compiuto il suo tempo. Sconvolto, decide non darsi pace finché non avrà conquistato l’immortalità. Dopo infinite peregrinazioni, raggiunge la remota isola di Dilmun (a Eridu, ove “confluiscono le acque”), in cerca di Utnapištim (“Giorno di vita”), l’unico tra i mortali cui sia stata concessa la vita eterna.

Trovatolo, Gilgameš così gli parlò:

 

«L’amico mio, Enkidu, che io amo sopra ogni cosa e che ha condiviso con me ogni sorta di avventure, il fratello che amavo, ha seguito il destino dell’umanità: la fine di tutti i mortali l’ha raggiunto. Sei giorni e sette notti ho pianto su di lui, né ho permesso che fosse seppellito, fino a che un verme è uscito dalla sua narice.

«Io ho avuto paura. A cagione di mio fratello ho paura della morte e vado ramingo nella steppa. Il suo fato incombe su di me; per sentieri lontani ho vagato nella steppa. Come posso tacere, come posso riposare? L’amico mio, che io amo, è diventato argilla. Enkidu, l’amico che amo, è diventato argilla. Ed io, non son forse come lui? Non dovrò distendermi in fine pure io nella polvere e giacere per sempre? [...]

«Oh, padre Utnapištim, colui che chiamiamo il Lontano, tu che sei entrato nel consesso degli dèi, voglio interrogarti sui vivi e sui morti: come potrò trovare la vita che cerco?». 

E Utnapištim rispose: «Nulla permane».

 

Buio e silenzio.

Tutto tace, in scena. Cos’aggiungere d’altro? Dopo queste parole, a che continuare a parlare? Sarebbe così semplice, così terribile e semplice potersi fermare, chetare l’umano dolore con queste due parole soltanto: nulla - permane.

Ma il Lontano terribilmente, terribilmente continua.

 

«L’umanità è recisa come canne in un canneto.

«Tanto il giovane quanto la giovane sono preda della morte. Eppure la morte nessuno la vede, nessuno in faccia la vede, nessuno ne ode la voce. La morte malefica recide l’umanità.

«Costruiamo forse una casa che duri per sempre? Stipuliamo forse un contratto che valga per ogni tempo a venire? Forse che i fratelli si dividono un’eredità per tenerla per sempre? È forse duratura la stagione delle piene?

«Il tutto assomiglia alle libellule che sorvolano il fiume - il loro sguardo si rivolge al sole, e subito non c’è più nulla.

«Il morto e il dormiente, come si assomigliano l’un l’altro! Sono come morte dipinta... Nessuno può disegnare la sagoma della morte. L’uomo, dai primordi, ne è prigioniero».

 

Seguiranno il racconto del Diluvio e la “prova del sonno”. Ma gli dèi immortali resteranno indifferenti alle pene di Gilgameš. L’eternità concessa a Utnapištim è una vita eterna, è vero, ma lontano dal mondo, remota, ineffabile. L’eroe tornerà sconfitto alla sua terra, al suo regno; con un pugno di mosche a Uruk, alla sua città. Con soltanto un racconto.

E se fosse questo ciò che...

Ma aspettiamo. Fermiamoci un momento. Cos’è quest’indifferenza, questa sovrana alterità degli immortali? Indifferenza atroce e sublime; nonché definitiva. La stessa che – secondo il poeta – hanno nei nostri confronti gli angeli.

Angeli...

 

Voi, dall’inizio perfetti, voi favoriti della creazione, crinali, profili imporporati d’aurora di tutto il creato – polline della fiorente divinità, articolazioni di luce, passaggi, scale, troni, spazi d’essenza, scudi di delizia, tumulti di sentimento d’estasi tempestosa, e, d’un tratto, uno per uno, specchi: che la loro effusione di bellezza riattingono indietro nel loro viso.

Ma per noi sentire è un venir meno; ah! noi ci esaliamo ovunque; di brace in brace emaniamo odore sempre più lieve. Ed ecco che uno ci dice: sì, tu mi entri nel sangue, questa camera, la primavera s’empie di te... Che vale? Non può trattenerci, e svaniamo in lui, intorno a lui. E chi è bello, chi lo può trattenere? Incessante l’apparenza sta sul suo viso e sparisce. Come al mattino la rugiada dall’erba, ciò che è nostro si leva da noi, come il vapore da una calda vivanda. Sorriso, ma verso dove? Oh sguardo levato: nuova, calda, fuggente onda del cuore –; ahimè: questo noi siamo. Saprà forse di noi il cosmico spazio in cui ci dissolviamo? Afferrano gli angeli davvero soltanto ciò che è loro, sprigionato da loro, o c’è in essi talvolta, come per svista, anche un poco della nostra essenza? Siam forse anche noi mescolati ai loro tratti, sia pure soltanto come quel vago nel volto delle gestanti? Essi non lo notano affatto nel vorticoso ciclo del loro tornare a sé. (E come potrebbero).

Gli amanti potrebbero, se lo capissero, nell’aria della notte meravigliosamente parlare. Poiché sembra che tutto ci nasconda. Guarda, gli alberi sono; le case che abitiamo perdurano. Soltanto noi da tutto passiamo, come un’aria che cambia. E tutto congiura a tacere di noi, in parte come vergogna, o forse come speranza indicibile.

Amanti, a voi, appagati l’uno dell’altro, io chiedo di noi. [...] (4)

 

E già si era domandato – e risposto – il poeta: «È forse più lieve agli amanti? / Il destino lo nascondo soltanto l’un l’altro» (ibid., I, vv. 21-22). Quindi no, non sa nulla di noi “il cosmico spazio in cui ci dissolviamo”. Men che meno gli eterni, nella loro gloria immortale, fuori del tempo. Per questo esordiva, al principio di sua opera (ibid., I, vv. 1-7), il poeta, così:

Se pur gridassi, chi mi udrebbe dalle gerarchie degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso al cuore, soccomberei per la sua troppo forte presenza. Perché nulla è il bello, se non l’emergenza del tremendo: forse possiamo reggerlo ancora, ed ammirarlo anche , perché indifferente non degna distruggerci. Ognuno degli angeli è tremendo.

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Ecco. Il problema è posto.
Da quando abbiamo notizia dell’uomo, del suo spirito, da che parola umana è stata tramandata, questo è il volto che inesorabile gli si para d’innanzi: l’esser caduco. E né le cose col loro beffardo sopravviverci e svanire esse pure, né gli eterni col loro indicibile durare vengono in nostro soccorso.

 

[...] – Ma i viventi compiono tutti l’errore di tracciare troppo netti confini. Gli angeli (dicono) spesso non sanno se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente trascina attraverso entrambi i regni ogni età, sempre con sé, ed entrambi sovrasta con il suo suono (5).

 

Bisogna dunque mettersi in ascolto. Chissà non si riesca cogliere, da di là, un “messaggio”.

 

Voci, voci. Ascolta mio cuore, come solo i santi seppero udire: loro che l’immane richiamo solleva dal suolo; e loro in ginocchio, oltre il possibile, e ancora, e senza badarci: così essi stavano in ascolto. Non che tu possa comunque reggere la voce di Dio. Ma ascolta come spira l’ininterrotto messaggio che dal silenzio si forma. Sussurra ora a te di quei giovani morti (6).

 

E sorge qui una nuova, sconcertante domanda.

 

Non han più bisogno di noi i giovani morti, da ciò che è terreno ci si disavvezza lievemente, come dolcemente si cresce oltre il seno materno. Ma noi, che di così grandi segreti abbiamo bisogno, noi a cui sovente un beato progresso si sprigiona dal lutto –: possiamo essere senza di loro? (7)

 

Giungiamo così al punto-momento cruciale di nostra riflessione, in cui le parti si sembrano invertire. Il mistero non è cosa sia, in che consista l’esistenza per i morti, ma cosa mai sia per noi, i viventi, la morte, qual ruolo essa giochi.

Abbandoniamo dunque per un momento le Elegie e leggiamo quest’altra poesia di Rilke. Il titolo è emblematico: Esperienza della morte. Ma esperienza di chi? Non certo di chi muore, di coloro la cui esistenza viene “al nostro copione sottratta”. No: esperienza di chi rimane, di chi assiste alla morte restando nella vita. Poiché...

 

Nulla sappiamo di questo svanire che non accade a noi. Non abbiamo ragioni – ammirazione, odio oppure amore – da mostrare alla morte la cui bocca una maschera di tragico lamento stranamente sfigura. Molte parti ha per noi ancora il mondo. Fino a quando ci domandiamo se la nostra parte piaccia, recita anche la morte, benché spiaccia.

Ma quando te ne andasti, un raggio di realtà irruppe in questa scena per quel varco che tu ti apristi: vero verde il verde, il sole vero sole, vero il bosco.

Noi recitiamo ancora. Frasi apprese con pena e con paura sillabando, e qualche gesto; ma la sua esistenza, a noi, al nostro copione sottratta, ci assale a volte e su noi scende come un segno certo di quella realtà; tanto che trascinati recitiamo qualche istante la vita non pensando all’applauso (8).

 

Ecco qualcosa di più di quel “beato progresso che sovente si sprigiona dal lutto”. La morte di uno, di qualcuno “apre un varco” verso un altrove sconosciuto, forse inconoscibile, ma dal quale scaturisce un “raggio di realtà” che illumina questo nostro mondo del caduco. Le cose, illuminate da quel raggio acquisiscono una nuova qualità, quella della verità. Il mondo, da meramente reale qual è, diventa vero, vale a dire autentico: significante e significativo.

Noi non siamo forse capaci di reggere l’urto di questa verità, di questo sovrappiù di significanza, di significato. Siamo impacciati, falsi come chi reciti a paragone del vero che ci sopravanza. Ma l’esistenza di chi ci è stato sottratto, proprio quell’esistenza sottratta, quella assenza, “ci assale a volte”, irrompe sulla scena in cui recitiamo. E ci trascina. Per qualche istante almeno, ci rende autentici e veri come quella realtà cui siamo destinati.

Da dove e perché, dunque, proprio la morte, il caduco, ciò che più di tutto dovrebbe privarci di senso e significato, ci redime invece dalla messinscena, dal non essere autentici, dal recitare la vita con affettazione, pensando all’applauso?

Note 

  1. I cui più antichi resti risalgono al III millennio a.C., e le cui citazioni sono qui da me liberamente tratte e composte sulle traduzioni di G. Pettinato e di N. K. Sandars (la quale traduce da altre traduzioni ed è a sua volta tradotta in italiano da A. Passi; orgia traduttiva e trasduttiva di cui non possiamo che compiacerci).
  2. Per le quali uso, qui e più avanti, la traduzione di F. Rella.
  3. Benché questi due ultimi (esoterismo e misticismo) vogliano basarsi su un processo, su un’esperienza. Che però pur sempre, se non parte dalla fede, ad essa adduce. E siamo, daccapo, all’esterno...
  4. Rilke, Elegie duinesi, II, vv. 18-45.
  5. Ibidem, I, vv. 80-85.
  6. Ibidem, I, vv. 54-61.
  7. Ibidem, I, vv. 86-90.
  8. Rilke, Esperienza della morte, trad. di G. Cacciapaglia.

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